True detective e l’antinatalismo

March 1st, 2014

Qualche citazione dai discorsi di Rust Cohle nelle prime tre puntate di True detective (dalla quarta puntata il tono cambia), in cui certe idee antinataliste, belle chiare, dure e pure, si guadagnano la prima serata in tv:

Se i bambini fossero messi al mondo solo da un atto di pura ragione, il genere umano continuerebbe ad esistere? Non proveremmo piuttosto così tanta compassione verso la generazione futura da risparmiarle il peso dell’esistenza? O non decideremmo almeno di non prenderci la responsabilità di imporle tale fardello a sangue freddo?

Penso che l’autocoscienza sia un tragico passo falso nell’evoluzione umana. Siamo diventati troppo consapevoli di noi stessi, la natura ha creato un aspetto della natura separato da se stessa. Siamo creature che per diritto naturale non dovrebbero esistere. Siamo cose che si illudono di avere un sé, una secrezione di esperienze sensoriali e di sensazioni, programmati per avere la totale certezza che ognuno di noi è qualcuno, quando in realtà siamo nessuno. Credo che la cosa onorevole per la nostra specie sia negare la nostra programmazione, smettere di riprodurci, camminare mano nella mano verso l’estinzione, un’ultima mezzanotte, fratelli e sorelle che si tirano fuori da un destino infame.

E ora sappiamo di essere paradossi inquietanti. E la cosa peggiore possibile che si possa sapere – peggio che sapere di discendere da una massa di microrganismi – è che siamo nullità invece che essere qualcuno, pupazzi invece che persone.

Guardi i loro occhi, anche nelle foto, e non importa se sono vivi o morti, puoi ancora leggerli. E sai che cosa vedi? Che hanno accolto la morte. Non all’inizio, ma proprio lì all’ultimo istante. È un sollievo inconfondibile perché, vedi, avevano paura e ora hanno visto per la prima volta quanto fosse facile lasciarsi andare. E l’hanno visto nell’ultimo nanosecondo, hanno visto ciò che erano. Tu, il tuo io… è tutta una grande farsa. Non è mai stato altro che presunzione approssimativa e volontà ottusa. E potevi semplicemente lasciar andare! Sapere finalmente che non c’era bisogno di resistere così tenacemente, rendersi conto che la tua intera vita – tutto il tuo amore, il tuo odio, il tuo dolore – è stata tutta la stessa cosa! È stata tutta lo stesso sogno, un sogno che hai avuto all’interno di una stanza chiusa a chiave: un sogno di essere una persona.

Slavoj Žižek: The pervert’s guide to cinema

June 12th, 2012

Sul fragile equilibrio tra realtà e dimensione fantastica

Il filosofo sloveno, per il suo gusto per la provocazione e per il pensiero lucidissimo ma asistematico, gode di una certa fama.
Ho piuttosto apprezzato questa sua “guida” (2006, 142 min.) al grande cinema, riletto in chiave filosofica e psicanalitica.
Eccone qualche passaggio tra i più incisivi, nella trascrizione dall’originale affiancata ad una mia traduzione.

But the choice between the blue and the red pill is not really a choice between illusion and reality [...] If you take away from our reality the symbolic fictions that regulate it, you lose reality itself.
I want a third pill.
So what is the third pill?
Definitely not some kind of transcendental pill which enables a fake, fast food religious experience, but a pill that would enable me to perceive not the reality behind the illusion but the reality in illusion itself.

Ma la scelta tra la pillola blu e la pillola rossa non è veramente una scelta tra illusione e realtà [...] Se si sottraggono alla nostra realtà le finzioni simboliche che la regolano, si perde la realtà stessa.
Io voglio una terza pillola.
Dunque qual è la terza pillola?
Certamente non qualche pillola trascendentale che permetta una qualche falsa esperienza religiosa fast food, ma una pillola che mi permetta di percepire non la realtà dietro l’illusione ma piuttosto la realtà nell’illusione stessa.

If I may be a little bit impertinent and relate to an unfortunate experience, probably known to most of us, how it happens that while one is engaged in sexual activity, all of a sudden one feels stupid. One loses contact with it. As if: “My god, what am I doing here, doing these stupid repetitive movements?”.
Nothing changes in reality, in these strange moments where I, as it were, disconnect.
It’s just that I lose the fantasmatic support.
In sexuality, it’s never only me and my partner [...]. It’s always… There has to be always some fantasmatic element.
There has to be some third imagined element which enables me, to engage in sexuality.
[...] Why does our libido need the virtual universe of fantasies? Why can’t we simply enjoy it directly, a sexual partner and so on?
That’s the fundamental question. Why do we need this virtual supplement?
Our libido needs an illusion in order to sustain itself.

Se posso essere un po’ impertinente e riferirmi ad un’esperienza spiacevole, probabilmente nota a molti di noi, cioè quando accade che, mentre si è impegnati in un’attività sessuale, tutto ad un tratto ci si sente stupidi; si perde il contatto con essa… Come a dire: “Mio dio, cosa ci faccio qui, a fare questi stupidi movimenti ripetitivi?”.
Nulla è cambiato nella realtà, in questi strani momenti in cui, per così dire, mi disconnetto. È solo che ho perso il supporto fantasmatico.
Nella sessualità, non siamo mai solo io e il mio partner [...]. È sempre, ci deve essere sempre, qualche elemento fantasmatico.
Ci deve essere qualche immaginario elemento terzo che mi permetta di impegnarmi nell’attività sessuale.
[...] Perché la nostra libido ha bisogno dell’universo virtuale delle fantasie? Perché non possiamo semplicemente godere, in maniera diretta, di un partner sessuale e via dicendo?
Questa è la domanda fondamentale. Perché abbiamo bisogno di questo supplemento virtuale?
La nostra libido ha bisogno di un’illusione per sostenere se stessa.

When we see a face, it’s basically always the half of it.
A subject is a partial something, a face, something we see.
Behind it, there is a void, a nothingness.
And of course, we spontaneously tend to fill in that nothingness with our fantasies about the wealth of human personality, and so on.
To see what is lacking in reality, to see it as that, there you see subjectivity.
To confront subjectivity means to confront femininity.
Woman is the subject. Masculinity is a fake.
Masculinity is an escape from the most radical, nightmarish dimension of subjectivity.

Quando vediamo un volto, è fondamentalmente sempre una metà di esso.
Un soggetto è un qualcosa di parziale, un volto, qualcosa che si vede.
Dietro, c’è un vuoto, un nulla.
E, naturalmente, tendiamo in maniera spontanea a riempire quel nulla con le nostre fantasie circa la ricchezza della personalità umana, e via dicendo.
Vedere ciò che manca nella realtà, vederla così com’è, è vedere la soggettività.
Affrontare la soggettività significa affrontare la femminilità.
La donna è il soggetto. La mascolinità è un falso.
La mascolinità è una fuga dalla più radicale e spaventosa dimensione della soggettività.

The point is the fragile balance between reality and fantasy dimension in our sexual activity.

Il punto è il fragile equilibrio tra realtà e dimensione fantastica nel nostro agire sessuale.

Our fundamental delusion today is not to believe in what is only a fiction, to take fictions too seriously. It’s, on the contrary, not to take fictions seriously enough.
You think it’s just a game? It’s reality. It’s more real than it appears to you.
For example, people who play video games, they adopt a screen persona of a sadist, rapist, whatever.
The idea is, in reality I’m a weak person, so in order to supplement my real life weakness, I adopt the false image of a strong, sexually promiscuous person, and so on and so on.
So this would be the naive reading… But what if we read it in the opposite way? That this strong, brutal rapist, whatever, identity is my true self.
In the sense that this is the psychic truth of myself and that in real life, because of social constraints and so on, I’m not able to enact it.
So that, precisely because I think it’s only a game, it’s only a persona, a self-image I adopt in virtual space, I can be there much more truthful. I can enact there an identity which is much closer to my true self.

Il nostro principale inganno oggi non è credere in ciò che è solo una finzione, prendere le finzioni troppo sul serio. È, al contrario, non prendere le finzioni sufficientemente sul serio.
Pensi che sia solo un gioco? È la realtà. È più reale di quanto non ti appaia.
Ad esempio, chi gioca ai videogame… adotta il personaggio di un sadico, uno stupratore, o che so…
L’idea è: nella realtà io sono una persona debole, quindi, al fine di supplire alla mia debolezza nella vita reale, adotto la falsa immagine di una persona forte, sessualmente promiscua, e così via e così via.
Ma questa è la lettura ingenua… E se invece lo leggessimo in modo opposto? Cioè che questa identità forte, di brutale violentatore, o che so, è invece il mio vero sé.
Nel senso che questa è la verità psichica di me stesso e che nella vita reale, a causa dei vincoli sociali e così via, non sono in grado di impersonarla.
Così che, proprio perché penso che è solo un gioco, è solo un personaggio, una immagine di sé che adotto in uno spazio virtuale, posso essere lì molto più sincero. Lì sono in grado di impersonare un’identità che è molto più vicina al mio vero sé.

La creativa felicità per Hitchcock

April 29th, 2012

Illuminanti parole, nel 32esimo anniversario della morte di Alfred Hitchcock, sulla sua sensibilità di carattere, e su come l’impresa creativa nasca nel suo caso da un’economia mentale in cui non ci sia spazio per emozioni negative o inutilmente dispendiose:

Un orizzonte limpido — niente di cui preoccuparsi, solo cose creative e non distruttive. Non sopporto i litigi, le emozioni tra le persone — penso che l’odio sia energia sprecata, ed è tutto improduttivo.
Sono molto sensibile — una parola tagliente, detta da qualcuno, per esempio, che ha un caratteraccio, se è vicino a me, mi perseguita per giorni.
So che siamo solo esseri umani… siamo attratti da queste diverse emozioni, chiamamole negative… ma quando vengono tutte rimosse e si può guardare avanti e la strada è libera, e a quel punto stai per creare qualcosa — credo che questo sia essere felici come più non potrei immaginare di esserlo.

[video]
[via @brainpicker, traduzione assemblata dal web e corretta]

Sulla Siena-Milano

April 12th, 2012

Sono ombre e riflessi
di aracnidi di cemento
negli schermi sulla notte.

#

Dardi bianchi infilzano il buio
lungo la rotta oscura
che avanza sempre più nel vuoto.

#

Lampeggi come codici oscuri
e cartelli per altri mondi:
in mezzo a filari di luci
io mi inoltro.

La libertà dal lavoro

February 17th, 2012

La libertà come libertà dal lavoro, nella Grecia classica

[Dominique Méda: "Società senza lavoro - Per una nuova filosofia dell'occupazione", 1997, Feltrinelli]

Ma la Grecia classica è andata ancora più avanti nel disprezzo per le attività lavorative. Attraverso i testi di Platone e di Aristotele, vediamo insediarsi un ideale di vita individuale e collettiva da cui il lavoro è escluso o quasi. La stessa struttura sociale greca ne è la prova: l’insieme dei compiti direttamente legati alla riproduzione materiale è in effetti assunto e svolto da schiavi [...]. Tutta la filosofia greca è in effetti fondata sull’idea che la vera libertà, in altre parole ciò che permette all’uomo di agire secondo quanto vi è di più umano in lui, il logos, comincia dove la necessità finisce, una volta che i bisogni materiali siano stati soddisfatti. [...] Aristotele lo afferma esplicitamente, in apertura della Metafisica: “Solo quando furono a loro tutti i mezzi indispensabili alla vita e quelli che procurano benessere e agiatezza, gli uomini incominciarono a darsi una tale sorta di indagine scientifica”. Questa disciplina, la filosofia appunto, è la sola scienza che sia una disciplina liberale, in quanto non la pratichiamo per altro che per se stessa: “Consideriamo tale scienza come la sola che sia libera, giacché essa soltanto esiste di per sé”. Sul versante opposto della sfera della libertà, che ci avvicina al divino, si dispiega la sfera della necessità, quella del lavoro, e soprattutto del ponos, del lavoro faticoso, delle funzioni degradanti, per essenza servili. Come si vede, la situazione del lavoro nella società greca si fonda in ultima analisi su un’idea – oggi parleremmo di “concezione” – dell’uomo che gli conferisce il suo senso pieno: l’uomo è un animale razionale e il suo compito è quello di sviluppare la ragione che lo fa uomo e che lo rende simile agli dei. Esercitare la ragione significa: sul piano teorico fare filosofia o attività scientifica, sul piano pratico agire secondo virtù, su quello politico essere un eccellente cittadino. In ogni caso significa utilizzare nel migliore dei modi le nostre facoltà, cosa che si può fare solo essendo liberi, cioè sviluppando attività che hanno un fine in se stesse e non fuori di sé. La vera vita è la vita oziosa, e divenire capaci di vivere una vita del genere è la meta dell’educazione. [...] l’ozio greco non ha ovviamente nulla a che vedere con ciò che il termine designa ai giorni nostri.

Il tempo liberato

[Pierenrico Andreoni: "Tempo e lavoro - Storia, psicologia e nuove problematiche", 2005, Mondadori]

Allora, uscendo dagli schemi della società fondata sul lavoro, la rivoluzione apportata dalla tecnologia ci dona la possibilità di redistribuire il tempo che la produttività ha liberato dal lavoro; esso è un tempo nuovo, di natura completamente diversa da quello che abbiamo conosciuto finora, perché è un tempo che ciascuno potrà “sottrarre al sistema” e rendere disponibile “per mille e una attività autodeterminate”. Esso [...] non è più un tempo attribuito dal sistema, ma è un tempo scelto, autodeterminato da un atto volontario; non è più un tempo il cui contenuto è qualificato dal lavoro (studio per il lavoro, tempo libero dal lavoro, pensione dopo il lavoro) e dalla sua assenza, ma è un tempo in sé, vuoto di contenuto e proprio per questo potenzialmente aperto a tutti i contenuti che ciascuno voglia dargli. Il tempo libero, di svago, è ancora determinato dal lavoro, di cui costituisce la valvola di sfogo, serve a ricaricare le batterie per poi esser nuovamente efficienti sul lavoro; il tempo liberato, invece, sarebbe caratterizzato dalla libertà più pura, non determinato dall’organizzazione sociale, né dalla costrizione economica del lavoro.

Gli schemi autoorganizzanti della mente e l’illusione della realtà

February 13th, 2012

I ricercatori hanno esaminato persone con e senza variazioni genetiche che influenzano l’attività del neurotrasmettitore dopamina nella corteccia prefrontale e nello striato. È emerso che una variazione nel gene COMT, che influenza la dopamina nella corteccia prefrontale per esempio, aiuta a ricordare e a lavorare sulla base di istruzioni e suggerimenti. Le persone con una variazione nel gene DARPP-32, che invece influenza la sensibilità dello striato alla dopamina, consente di apprendere rapidamente dall’esperienza in assenza di “suggerimenti”. Ma, allo stesso tempo, anche di rendere le persone più sensibili ai “preconcetti” della corteccia prefrontale quando siano state in precedenza fornite delle istruzioni. In questo caso, dicono i ricercatori, lo striato tende a dare più peso alle esperienze che confermano le credenze della corteccia prefrontale e meno peso alle esperienze che lo contraddicono.
Sono esattamente questi i “bias di conferma” [bias]. “Le persone – conclude Frank – tenderanno a distorcere la loro esperienza in modo che sia percepita come più coerente con le proprie convinzioni preesistenti”.

LeDoux was positive about the possibility of learning to control the amygdala’s hair-trigger role in emotional outbursts: “Once your emotional system learns something, it seems you never let it go. What therapy does is teach you how to control it – it teaches your neocortex how to inhibit your amygdala”.

Vorrei quindi mettervi un po’ in guardia rispetto alla trappola, al “tunnel cognitivo” più devastante e comune, che consiste nel credere di capire al volo e con esattezza. È comune il problema [di credere] parecchio alle proprie ipotesi sulla realtà, alle proprie interpretazioni e quanto più una persona si trova incastrata in un problema che attiva una forte stimolazione emozionale [...] tanto più di solito ritiene di aver già capito.

[...] più noi apprendiamo a restare nel vuoto e più riusciamo a formare nuove gestalt e quindi nuovi schemi [;] e anche se avremo sempre schemi che ci filtrano la realtà e non ci permettono di coglierla totalmente, almeno l’incrementarsi del numero degli schemi ci offrirà un numero maggiore di angolature da cui cercare di comprendere.

Si potrebbe aggiungere che il rischio di avere un numero maggiore di schemi è quello di non riuscire più a esprimersi su niente, rimanendo tagliati fuori dal partecipare all’interpretazione della realtà e quindi dalla realtà stessa. Ma questa è la condanna di quei pochi che cercando a tutti i costi il fondo autentico delle cose non hanno invece potuto far altro che ritrovarsi a ballare continuamente sul vuoto.

Misticismo laico

January 31st, 2012
Dalla conversazione di Franco Marcoaldi con Stefano Levi Della Torre su Repubblica di ieri (di cui tralascio la parte iniziale dedicata alle critiche contro i postmodernisti, poiché il discorso da farci intorno sarebbe molto lungo), un’acutissima riflessione sulla superba vertigine dell’insondabile e sulla mediocrità dell’approccio religioso, visto che purtroppo c’è ancora bisogno di ricordarlo.

 

A questo punto, però, voglio ricordare un passo di Leopardi in cui si dice che ci sono dei filosofi talmente illusi da pensare che bisogna distruggere le illusioni. Straordinario, no? Ecco così che le cose si complicano ulteriormente. Perché non c’è niente da fare: anche il nostro desiderio di senso è in qualche modo falsificante. Il bambino, ad esempio, stabilisce che una certa pianta vuole bene a una certa pietra che vuole bene a un certo animale…. Questa teatralizzazione del mondo è fisiologica, attiene alla sopravvivenza umana. Ma appunto, è un’illusione. Del resto, volendo addentrarci ulteriormente nel labirinto: cos’è l’antropologia se non lo studio delle illusioni umane, le quali a loro volta rappresentano una concretissima realtà sociale? Così il circolo ricomincia e ricomincia anche la nostra ricerca della verità.
Per questo lei afferma che non possiamo mai arrivare alle verità ultime, definitive. Kafka affermava che siamo «abbagliati» dalla verità. «Vera è la luce sul volto che arretra con una smorfia, nient’altro». Ecco perché la verità risulta inafferrabile, insondabile, abissale.
E sono totalmente d’accordo con lui. Tant’è che, da laico, non obietto alla religione di essere troppo metafisica, ma di esserlo troppo poco. Perché pretende di dare un volto definitivo a quell’abisso. I veri, grandi mistici laici del moderno sono proprio Leopardi e Kafka. Perché accettano l’abisso e ci sprofondano dentro. Senza riempire il mistero di parole volte ad addomesticare quell’abisso, per addolcirne l’angoscia. Senza tradurre la vertigine dell’insondabile in liturgie consolatorie. Freud sosteneva che si investono più energie nel ripararsi dagli stimoli che nel riceverli. Ecco, le religioni costruiscono delle formidabili fantasmagorie proprio per incistare lo scandalo del caos, per dare senso alla realtà e al contempo ripararsi da essa.

Israele come modello

January 31st, 2012
Dalla Rassegna Stampa di Caffè Europa, si parla di Israele e dei suoi prodigiosi risultati nell’economia e nell’innovazione tecnologica, in tempi di crisi per l’Europa.

 

Clipped from www.caffeeuropa.it

Su La Stampa un articolo di Irene Tinagli è dedicato a Israele, Paese delle start up, ovvero una ogni 1844 cittadini. È il secondo Paese dopo gli Usa per aziende quotate al Nasdaq, cioè un numero che supera quello di tutte le imprese del continente europeo messe insieme. Irene Tinagli, recensendo un libro dedicato a questo tema firmato Dan Senor e Saul Singer, dal titolo “Start Up Nation” (in Italiano “Laboratorio Israele”), ricorda che sono in molti ad aver tentato una spiegazione del “miracolo economico” di Israele: economisti e studiosi hanno sottolineato che è un Paese che incentiva fortemente la ricerca, avendo il più alto tasso di investimenti in ricerca e sviluppo del mondo; altri attribuiscono il miracolo alle privatizzazioni e liberalizzazioni intraprese nel 2003 da Netanyahu da ministro delle Finanze, in particolare la sua riforma del sistema bancario; altri ancora lo attribuiscono al fatto che il 45 per cento della popolazione è in possesso di istruzione universitaria (in Italia il dato si ferma al 15 per cento). Secondo la Tinagli tutti questi fattori trascurano comunque il contesto storico e culturale di questo Paese, il suo modo di pensare, di lavorare, di affrontare sfide e problemi. Un Paese sotto costante minaccia di attacchi terroristici ha imparato a organizzare la propria vita economica e sociale in modo da non essere intaccato dalle vicende militari. Inoltre, gli alti investimenti nel settore difesa e l’obbligo di un servizio militare che va dai 2 ai 9 anni per tutti i giovani israeliani (con l’aggiunta di 20 anni di riserva) è stata trasformata in una straordinaria opportunità di formazione professionale: l’esercito israeliano, infatti, non soltanto ha tecnologie sofisticatissime, ma ha metodi di selezione, istruzione e formazione dei propri soldati efficaci come quelle di Harvard o Stanford. Anche i boicottaggi di tutte le merci hanno stimolato gli israeliani, che si sono dedicati ad attività e prodotti immateriali come i software e le tecnologie legate a comunicazioni internet. La diaspora, poi, ha reso questi cittadini cosmopoliti, adattabili ed aperti all’immigrazione: migliaia di rifugiati sono stati accolti in Israele, dagli etiopi in fuga dal regime antisemita di Menghistu, agli ebrei romeni in fuga da Ceausescu, passando per gli 800 mila ebrei russi tornati in Israele dopo il crollo dell’Urss, che equivalevano a un sesto di tutta la popolazione israeliana dell’epoca.
Del libro dedicato alla Start Up Nation si occupa anche Gianni Riotta, che vi trova un modello per l’Europa (e per l’Italia) che non cresce (“Il lavoro, la ripresa, la crescita, si creano solo con la collaborazione di Stato, mercato, università, venture capital, scuole e ricerca, progetto, start up, creatività, e tanta, tanta faccia tosta”, ovvero audacia, “chutzpah”).

La luce e il freddo: Ragnar Axelsson

January 15th, 2012

Stralcio dell’intervista al fotografo Ragnar Axelsson tratta dal catalogo della mostra Ragnar Axelsson – Immenso e fragile. Un racconto dal nord.

Il freddo è come un magnete che ti attrae. E la luce è tutto.

D: Ma quali sono le difficoltà tecniche causate da temperature così rigide?
Il rischio più grosso è quello di spaccare la pellicola. Bisogna stare molto attenti a girare lentamente il rullino perché potrebbe rompersi a causa del gelo. A me è capitato qualche volta e quindi poi l’operazione di recupero delle immagini già scattate è stata davvero complicata. L’altro problema è portare le macchine fotografiche all’interno della propria tenda calda perché il calore fa sì che si appannino le lenti, rendendole inutilizzabili per ore ed ore. In generale però il momento più “doloroso” è quello del cambio di rullino: a volte le punte delle mie dita si congelano a tal punto che quando rientro in un ambiente caldo mi fanno un gran male. Non ultimo bisogna pensare che in quei posti si lavora vestiti come degli astronauti e quindi ci si muove con difficoltà, per non parlare poi del vento gelido che ti riempie gli occhi di lacrime rendendo spesso difficile la visione…

D: È durissima…
Il freddo è come un magnete che ti attrae. Impari a conviverci. Impari a scaldarti la tenda, a metterti i vestiti più adatti, impari a sopravvivere. Il mondo glaciale è bellissimo e quando sei nella natura selvaggia di un oceano congelato e di notte guardi le stelle ti senti l’uomo più ricco dell’universo. Scattare le foto è dura, effettivamente, ma quando ci riesci puoi avere dei risultati straordinari. E poi l’unico suono che senti è il silenzio: un silenzio diverso, unico. E quando il vento soffia e il ghiaccio scricchiola ti rendi conto di quanto tu sia piccolo sulla terra e pensi in modo diverso anche alla tua vita.

D: L’immensità di quegli spazi cambia la percezione della tua esistenza?
L’immensità dell’artico ti toglie il fiato: è pericoloso e fragile allo stesso tempo. E non posso fare a meno di pensare che adesso potremmo essere vicini al punto di non ritorno per quanto riguarda lo scioglimento dei ghiacci. È già capitato migliaia di anni fa, ma non certo con questa velocità. È un avvertimento che tutti gli individui dovrebbero ascoltare e che tutti i leader economico-politici dovrebbero affrontare con decisione.

D: Un mondo freddo, immenso e fragile… e con una luce incredibile, no?
All’inizio non potevo credere all’esposimetro: sembrava impazzito, tutto era così luminoso. Una luce fortissima, ma mi piaceva e ho imparato a gestirla. La luce poi cambia rapidamente, passando dalla luminosità massima del giorno alle luci del crepuscolo o magari ai contrasti esagerati di quando arrivano le nuvole scure. Comunque quando ti svegli in un posto ed esci dalla tua tenda in mezzo al nulla, tra ghiaccio e neve, la luce è tutto, è un incanto.

 ragnar_axelsson
Gudjon Thorsteinsson (agricoltore di Gardakot, a Mýrdalur, nell’Islanda meridionale), vera e propria stella, e simbolo, delle foto di Axelsson del 1995 in Islanda.

Il mangiar soli o della monofagia

November 23rd, 2011

Dedico questo post a chi è incline alla pratica “inumana” della “monofagia”.

Anche se vorrei osservare che (soprendentemente, visto di chi stiamo parlando) la scelta lessicale pare poco felice: quel “mono” è difficile non percepirlo come l’oggetto, piuttosto che il soggetto, dell’azione di “fagia”; come nel significato attuale del termine, d’altronde. Più adeguato sarebbe forse stato qualcosa tipo “solifagia”.

Del resto io posso per la mia inclinazione alla monofagia, esser paragonato all’uccello che i greci chiamavano porfirione, se è vero quel che ne raccontano Ateneo ed Eliano, che quando esso mangia, abbia a male i testimoni.
[...]
Il mangiar soli. . era infame presso i greci e i latini, e stimato inhumanum. . Io avrei meritata quest’infamia presso gli antichi. .
Ora io non posso mettermi nella testa che quell’unica ora del giorno in cui si ha la bocca impedita, in cui gli organi esteriori della favella hanno un’altra occupazione. ., abbia da esser quell’ora appunto in cui più che mai si debba favellare; giacché molti si trovano, che dando allo studio o al ritiro per qualunque causa tutto il resto del giorno, non conversano che a tavola, e sarebbero bien fachés [molto contrariati, nota mia] di trovarsi soli e di tacere in quell’ora. Ma io. . non credo di essere inumano se in quell’ora voglio parlare meno che mai, e se però pranzo solo.

Giacomo Leopardi, Zibaldone di pensieri [febbraio 1827 e luglio 1826], Einaudi, 1977

E anche se vorrei permettermi di rincarare la dose, rispetto a Leopardi, difendendo questa “bestiale” inclinazione in maniera tout court, e cioè indipendentemente:
1- dal soffocante ambiente familiare che probabilmente nel suo caso ne è stato uno dei motivi scatenanti;
2- dal fatto che uno abbia o no modo di conversare negli altri momenti della giornata;
3- da ragioni legate alla buona digestione, a cui Leopardi sembra dare importanza (testo omesso, si veda il testo completo seguendo il link sopra) ma che in realtà spesso si traducono nel contrario, se è vero che mangiare da soli facilmente può indurre a peggiorare, e non migliorare, le proprie abitudini alimentari e di digestione.